skip to Main Content

L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta… L’opera di Conrad Friedrich Dehnhardt nel Real Bosco di Capodimonte. La Natura che diventa Arte

Anche un giardino è un’opera d’arte. La rubrica L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta… rende omaggio al botanico e architetto di paesaggio tedesco Conrad Friedrich Dehnhardt, Direttore dei Giardini e Bosco di Capodimonte fino al 1860, per il 150° anniversario della sua morte che ricorre il 1 maggio 2020.

Sara Cucciolito e Carlo Verde dell’associazione Amici del Real Bosco di Capodimonte ci parlano della sua opera nel Real Bosco di Capodimonte e di come la Natura diventa Arte.

 

Il 1 maggio di quest’anno ricorre il 150° anniversario della morte del botanico e architetto di paesaggio tedesco Conrad Friedrich Dehnhardt (Bühle, 22 settembre 1787 – Napoli, 1 maggio 1870) che trascorse la maggior parte della propria vita a Napoli, dove portò avanti il suo lavoro sempre concentrato sulla pianificazione di originali soluzioni paesistiche e l’introduzione di nuove essenze arboree e floreali.

Un’opera perdurata per quasi cinquant’anni, iniziata sotto la dominazione francese, continuata attraverso tutta la storia del Regno delle Due Sicilie, praticamente fino alla proclamazione del Regno d’Italia, e legata indissolubilmente a Capodimonte, fino a dare al Real Bosco la fisionomia che oggi tutti noi conosciamo.

 

Il busto di Friedrich Dehnhardt nel Real Bosco di Capodimonte – Foto di Ilaria Improta

 

Come Associazione Amici del Real Bosco di Capodimonte, avremmo voluto celebrare questa ricorrenza con una cerimonia, in modo corale, soprattutto in collaborazione con i nostri partner, Premio GreenCare e, in particolare, Euphorbia s.r.l., che tanto impegno sta profondendo nelle operazioni di restauro del verde.

Lo facciamo, distanti ma uniti con il cuore, in questa sede.

Innanzitutto perché la storiografia dei giardini continua a valorizzare nella nostra città unicamente alcuni parchi di cui il botanico tedesco è stato autore, perché tanti altri risultano ormai interamente scomparsi, oppure perché sono state esaminate approfonditamente soltanto alcune zone di essi come, per esempio, il Giardino dei Principi proprio nel Real Bosco, trascurandone il giardino paesaggistico intorno alla reggia o quello paesaggistico-pastorale che si estende fino alla Porta di Miano.

 

Giardino paesaggistico – Real Bosco di Capodimonte – Foto di Alessio Cuccaro

 

Poi perché, nel nostro immaginario collettivo, a dispetto della sua fama europea, Dehnhardt resta di solito una figura in ombra rispetto ad architetti come Ferdinando Sanfelice o Ferdinando Fuga, autori rispettivamente della formazione e del completamento delle Delizie Regie, di cui attualmente fa parte l’attuale giardino settecentesco di impianto tardo barocco.

Il botanico tedesco, sin dall’inizio della sua carriera a Kassel dove studiò Floricoltura, nell’Assia settentrionale, attuale Germania, si rivelò uno dei più convinti fautori del giardino paesistico all’inglese, come è noto, fondato non più su viali simmetrici con aiuole regolari e quinte arboree come nel giardino alla francese, bensì su tracciati curvilinei che tendono a riprodurre scenari naturali, anche con l’inserimento di elementi artificiali.

 

Giardino all’Inglese – Real Bosco di Capodimonte – Foto di Alessio Cuccaro

 

Nella sua arte era subito riuscito a trasporre, e a far convivere, le tematiche contemporanee che, agli inizi dell’Ottocento, si stavano sviluppando non soltanto in campo filosofico e letterario, dall’idealismo di Schelling alla poesia di Hölderlin e Novalis, ma anche in ambito artistico.

Si pensi all’estetica del Sublime che supera la concezione classica del Bello definito secondo canoni oggettivi e che, in quegli anni, andava diffondendosi in Europa grazie agli scritti di Edmund Burke e dello stesso Kant, nonché grazie alle tele di William Turner e Caspar David Friedrich.

Prima di arrivare a Capodimonte, Dehnhardt aveva lavorato presso il Castello di Schönbrunn a Vienna, al parco di Monza, presso l’Orto Botanico di Napoli ed era stato incaricato della sistemazione del boschetto nella Villa Reale (1810-11), attuale Villa Comunale, che era stata ampliata per volere del re Giuseppe Bonaparte su disegno dell’architetto Stefano Gasse.

Dal 1815 era stato nominato Direttore-giardiniere di tutti i giardini della Capitale ed era alla regia delle maggiori trasformazioni vegetali attuate nei siti reali. A lui erano stati affidati i lavori, svolti insieme all’architetto Antonio Niccolini (1772-1850), per la realizzazione dei giardini della villa Floridiana al Vomero (1817-19) destinata alla moglie morganatica di re Ferdinando I, la duchessa Lucia Migliaccio.

Durante l’incarico a Capodimonte, curerà poi il giardino della famosa villa del banchiere svizzero Cristian Heigelin, presso Calata Capodichino, e gli toccherà anche la sistemazione all’inglese del giardino del Palazzo Reale di Napoli (1842-44).

 

Palazzina dei Principi - Foto Alessio Cuccaro
Palazzina dei Principi con annesso giardino – Real Bosco di Capodimonte – Foto di Alessio Cuccaro

 

Dehnhardt cominciò ad operare nel Real Bosco di Capodimonte nel 1830, sotto la direzione del botanico Giovanni Gussone (1787-1866), collaboratore di Michele Tenore (1780-1861), a sua volta direttore del Real Orto Botanico di Napoli, con una prima sistemazione del Giardino dei Principi, seguita alla ristrutturazione dell’antica Casa Grande degli Acquaviva (1826-28) ad opera dell’architetto Tommaso Giordano.

 

Giardino dei Principi – Real Bosco di Capodimonte – Foto di Giovanna Garraffa

 

Nell’intervento furono compresi anche il piccolo giardino ed il parterre di acacie, poi adibito ad agrumeto, risultato dall’apertura della sottostante Strada de’ Ponti Rossi, prima appartenenti alla villa del generale borbonico Pietro Colletta e nel 1827 passati alla Casa Reale.

Dehnhardt, intanto, venne ad abitare in una villa, oggi scomparsa, appena a sud del complesso religioso di Santa Maria dei Monti e, dal 1840, allorquando fu nominato Direttore dei Giardini e Bosco di Capodimonte, carica che mantenne fino al 1860, divenne l’unico regista della riforma del Real Bosco in Parco all’inglese, una metamorfosi che praticamente lascerà intatto solo l’impianto del giardino tardo barocco.

Benché alcune zone fossero già state trasformate secondo un orientamento paesistico in modo episodico, i lavori nel Sito cominciarono ufficialmente con un Real Rescritto del 9 dicembre 1835, secondo un programma che riguardava aree ben definite e prevedeva anche la ristrutturazione di numerosi edifici storici, proprio sotto la direzione di Tommaso Giordano che sarà anche il progettista del completamento della reggia con lo scalone principale (1833-38).

 

Eremo dei Cappuccini – Real Bosco di Capodimonte – foto di Luciano Romano

 

Sia alle strutture costruite ex novo, come l’Eremo dei Cappuccini, il Grottino e la stessa, celebre, Grotta di Maria Cristina, sia a quelle preesistenti, come la Fagianeria o la Vaccheria, fu conferito, infatti, uno stile gotico e un gusto per il rudere e la finta rovina che si confaceva perfettamente alla nuova moda del giardino romantico.

 

Vaccheria – Real Bosco di Capodimonte- foto di Luciano Romano

 

Fagianeria – Real Bosco di Capodimonte – foto di Luciano Romano

 

Innanzitutto fu ampliata Porta Caccetta e tutta la zona a nord di essa fu modificata: venne eliminato l’antico Chiuso della Fagianeria, fu rimodellato l’andamento del terreno e furono create finte colline ed ampie praterie a perdita d’occhio che presero il posto dei campi coltivati a vite, frumento, lupini e fave.

 

Praterie del Real Bosco di Capodimonte e la Real Fabbrica di Porcellane, oggi Istituto Caselli, prima del restauro dell’edificio – Foto di Alessio Cuccaro

 

Vennero poi ridisegnati i giardini sui lati esterni della Chiesa di San Gennaro, che inglobarono anche il Cellaio, mentre i giardini sul lato settentrionale della ex Fabbrica di Porcellane furono sostituiti da vialetti tra prati e alberature isolate, alcune tuttora visibili, con esemplari di pino nero (Pinus nigra), cedri del Libano (Cedrus Libani) e roverelle (Quercus pubescens), fino alla Fagianeria, nell’area detta Le Sette querce, dove fu impiantato un gruppo di magnolie (Magnolia grandiflora).

 

Prato antistante la Fagianeria – Magnolie – Real Bosco di Capodimonte – Foto di Giovanna Garraffa

 

 

Cellaio – Real Bosco di Capodimonte – Foto di Luciano Romano

 

Real Fabbrica di Porcellane, oggi Istituto Caselli dopo il restauro dell’edificio – Real Bosco di Capodimonte – Foto di Luciano Romano

 

Intorno al Cisternone decine di pini domestici (Pinus pinea) sostituirono gli originari vigneti, mentre alle spalle del Casino della Regina fu smantellato il giardino pensile e sul suo fronte settentrionale, dove fu creata un’ampia radura con diverse specie esotiche, si cominciarono a coltivare ortensie, rose e camelie, queste ultime provenienti dal Giappone e introdotte, per la prima volta in Europa, nel giardino all’inglese della Reggia di Caserta.

 

Cisternone – Real Bosco di Capodimonte – Foto di Alessio Cuccaro

 

Prati antistanti la Reggia – Real Bosco di Capodimonte – Foto di Giovanna Garraffa

 

Nel 1839, seguendo ancora i princìpi del giardino paesistico, sullo Spianato intorno alla reggia furono trasformati i preesistenti parterres regolari, delimitati da siepi sempreverdi di lentaggine e i Boschetti di Delizie di lentisco e lauroceraso che li circondavano.

 

Prati antistanti la Reggia – Real Bosco di Capodimonte – Foto di Giovanna Garraffa

 

Tra Porta Grande e Porta Piccola, dove scomparve lo stradone rettilineo che collegava i due accessi, sorsero viali sinuosi e aiuole irregolari con macchie isolate di lecci, gremiti di arbusti di pungitopo (Ruscus aculeatus) e nei pressi dei due ingressi furono piantati invece esemplari di roverella e di pini.

 

Belvedere – Real Bosco di Capodimonte – Foto di Amedeo Benestante

 

Belvedere – Real Bosco di Capodimonte – Foto di Luciano Romano

 

In particolare le nuove piantumazioni furono previste soprattutto sul lato occidentale della reggia, dove si apriva anche la Veduta di Villa Ruffo, che si estendeva fino alla collina dei Camaldoli, e sul lato meridionale, nelle aree adiacenti alla Veduta di Napoli, con il golfo dal Vesuvio a Punta della Campanella e da Capri alla Collina del Vomero con Castel Sant’Elmo, la cui vista si concludeva, a destra, presso alcuni lecci con la presenza di una pagliaja, adibita a luogo di riposo e studio.

 

Pagliaja – Real Bosco di Capodimonte – Foto di Giovanna Garraffa

 

La trasformazione in giardino all’inglese dell’area verde circostante fu poi completata nel 1840 con la definitiva sistemazione del Giardino dei Principi.

Qui, come negli antichi giardini cinesi, si sarebbero ancora più accentuati gli equilibri visivi che si percepivano in natura, seguendo una serie di scene naturali attentamente composte, date dal mare, dai monti e dal verde dove poi si apriva l’architettura che ne risultava così quasi incorporata, cercando di esprimere l’armonia esistente tra natura e uomo.

 

Giardino anglo-cinese – Real Bosco di Capodimonte – Foto di Alessio Cuccaro

 

Per esaltare il rapporto visivo del giardino con il panorama furono rimosse le residue aree agricole e convertite in prateria.

L’orografia del suolo fu accentuata con ondulazioni dove lo sguardo potesse riposare e con un andamento dei viali tale che non consentisse mai di percepire l’immagine del giardino nella sua interezza, bensì per zone, ognuna caratterizzata da proprie essenze ornamentali, anche esogene, che di volta in volta potessero inquadrare lo sfondo del paesaggio.

Era previsto il rispetto degli elementi naturali, alberi come i lecci o anche zone di sottobosco seppur fiorito, ma senza lasciar loro la possibilità di una crescita completamente spontanea, allo scopo di ottenere effetti puramente pittorici.

Alcune essenze floreali, come la camelia, erano disposte, infatti, secondo diversità cromatiche che potessero creare immagini tendenti al pittoresco, con una varietà tale da far apparire tutta la composizione vegetale effettivamente come un quadro.

 

Canforo – Real Bosco di Capodimonte – Foto di Alessio Cuccaro

 

Come è noto, tra gli esemplari ancora visibili, ormai secolari, oltre al canforo (Cinnamomum camphora), che è preesistente alla trasformazione in giardino paesistico e ai lecci, concentrati in alcuni boschetti isolati su collinette artificiali, figurano per lo più essenze esotiche provenienti da altri continenti, di cui si era studiata l’acclimatazione presso il Real Orto Botanico, come avveniva in quegli anni: il cedro del Libano, la magnolia, il tassodio (Taxodium mucronatum), il tasso (Taxus baccata).

 

Magnolia – Real Bosco di Capodimonte – Foto di Alessio Cuccaro

 

Vi si trova anche l’eucalipto rosso (Eucalyptus camaldulensis), proveniente dall’Hortus Camaldulensis, cioè dai giardini dei Camaldoli realizzati dal conte Francesco Ricciardi, che nel 1832 Dehnhardt aveva studiato e descritto, nel suo Catalogus plantarum Horti Camaldulensis pubblicato a Napoli prima nel 1829 e poi nel 1832, grazie ad un seme inviato dal botanico Allan Cunningham dopo un viaggio a Condobolin, cittadina del Nuovo Galles del Sud in Australia.

 

A partire dal 1845 furono infine trasformati i territorj arbustati a nord dello Stradone Catena di San Gennaro, che ancora oggi, oltre la Fontana di Mezzo, attraversa il bosco da ovest ad est, in quanto fino a quel tratto era stato mantenuto l’antico impianto del giardino settecentesco, nonché quelli a nord della Vaccheria e del Fabbricato San Gennaro.

Vennero rimosse le colonie, introdotte da Carlo di Borbone e ampliate con Ferdinando IV, di uccelli rari e animali peregrini che con gran dispendio v’erano mantenuti.

Stessa sorte toccò ai cervi che popolavano l’omonimo vallone, ad est del bosco, e che furono trasferiti nella Real Casina di Caccia di Persano, presso Salerno, per piantarvi le più disparate essenze di alberi.

Nel vallone di San Gennaro, che fu reso meno accidentato, quasi pianeggiante verso la sua propaggine più meridionale, accanto ad alberi preesistenti come castagni e pioppi, vennero piantumati anche abeti e diverse specie di pini.

La stessa viabilità dei valloni fu migliorata, soprattutto nelle zone più ripide, non solo per cercare di rendere anche la boscaglia un luogo per il passeggio, ma anche per trovare soluzioni atte a regolare il deflusso delle acque meteoriche che continuavano a dare vita a veri e propri torrenti, in particolare nel vallone di San Rocco e nella sua prosecuzione, il cavone di Miano.

 

Valloni – Real Bosco di Capodimonte – Foto di Salvatore Terrano (Euphorbia)

 

E proprio l’acqua rappresentò la tessera che mancava al nuovo mosaico del verde composto nel Real Bosco di Capodimonte.

Una risorsa che sarebbe potuta diventare l’elemento non solo più importante, ma anche più romantico nel nuovo assetto paesistico, magari in combinazione con rocce o ruderi talvolta appositamente realizzati, e che purtroppo non fu mai possibile utilizzare semplicemente perché il Sito, da sempre, ne era privo.

Lo stesso botanico, infatti, ricordando ciò che lui definiva “il natural difetto del luogo”, ripeteva: “che altro qui farei se ci avessi l’acqua!”

Oggi il busto di Friedrich Dehnhardt si può scorgere su un piedistallo con inciso il suo epitaffio in lingua tedesca, all’ombra delle siepi nei pressi del Fabbricato Palazzotti verso Porta Grande: proviene dal Cimitero acattolico di Santa Maria della Fede, il Cimitero degli Inglesi di Napoli, dove era ubicata la sua tomba.

Il nostro auspicio è che il suo piccolo monumento possa trovare presto una più degna collocazione, affinché tutti possano conoscere e ricordare la sua figura, il suo ruolo, la sua opera.

Ce lo auguriamo come Associazione Amici del Real Bosco di Capodimonte, come studiosi, che con passione e tenacia studiano quotidianamente il territorio dove vivono, e come semplici cittadini orgogliosi delle proprie radici.

 

Il busto di Friedrich Dehnhardt nel Real Bosco di Capodimonte – Foto di Ilaria Improta

 

Il busto di Friedrich Dehnhardt nel Real Bosco di Capodimonte – Foto di Ilaria Improta

 

Il testo di Sara Cucciolito e Carlo Verde è inserito nell’iniziativa “L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta”

 

Della stessa rubrica puoi leggere:

 

Il ritorno dalla Festa di Piedigrotta di Filippo Cifariello di Maria Elena Maimone

Il trittico della Scorziata: un’opera ritrovata di Marina Santucci

Giuditta decapita Oleferne di Artemisia Gentileschi di Maria Cristina Terzaghi

Il Tiziano napoletano di Andrea Zezza

L’Estasi di Santa Cecilia di Bernardo Cavallino di Riccardo Lattuada

La Liberazione delle opere d’arte durante la Seconda Guerra Mondiale di Giovanna Bile

Il futuro digitale inizia oggi di Giovanni Lombardi

Francesco Barberini, Antonio Giorgetti e il medaglione allegorico di Luca Olstenio di Alessandro Mascherucci e Yuri Primarosa

Giuseppe Renda e il rinnovamento della scultura a Napoli tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento di Diego Esposito

La fuga in Egitto di Battistello Caracciolo di Christopher Bakke

L’Effetto Flora di Patrizia Piscitello

La Flora Farnese di Filippo Tagliolini di Maria Flavia Lo Regio

Hector! Chi era costui? di Antonio Tosini

L’Elemosina di Sant’Elisabetta d’Ungheria di Bartolomeo Schedoni di Marco Liberato

Capemonte mm’ha dato Ammore e Vvita! di Gianna Caiazzo e Giuseppe Murolo

Napoli Napoli: un allestimento, un’estate, un ricordo di Francesca Dal Lago

Il restauro del Buon Samaritano di Luca Giordano di Sara Vitulli, presentazione di Stefano Causa

Il Real Bosco di Capodimonte: l’arte che respira di Carmine Guarino

La Resurrezione di Cristo di Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma di Patrizia Piscitello

Il trittico con le Storie della Passione di Paola Giusti

La Crocifissione di Masaccio di Alessandra Rullo

L’intervento conservativo dell’opera di Mario Merz Onda d’urto di Simonetta Funel

Onda d’urto di Mario Merz di Ophilia Ramnauth Luciana Berti

L’inaugurazione virtuale della mostra Luca Giordano di Patrizia Piscitello e Alessandra Rullo

Il racconto virtuale della mostra Luca Giordano di Sylvain Bellenger, video di Carmine Romano

La mostra Luca Giordano. Dalla Natura alla Pittura di Stefano Causa

Il bacio della nonna di Gioacchino Toma di Alessia Attanasio

Il Crocifisso ligneo del Monastero di San Paolo a Sorrento di Gennaro Galano

La Galleria fotografica di Mimmo Jodice di Giovanna Bile

Il servito da tavola di Manifattura Del Vecchio di Alessandra Zaccagnini

Gli scarti di fabbrica della Manifattura di Capodimonte di Maria Rosaria Sansone

La Madonna del Divino Amore di Raffaello di Angela Cerasuolo

L’archibugio per Ranuccio I Farnese di Antonio Tosini

Il restauro della Natività di Signorelli di Liliana Caso

La Chiesa di San Gennaro di Liliana Uccello

Gemito, o’ scultore pazzo di Sylvain Bellenger 

Vesuvius di Andy Warhol di Luciana Berti

Le acquisizioni della Real Casa dal 1870 al 1912, Gemito e non solo di Maria Tamajo Contarini

“Gemito, dalla scultura al disegno” con i contributi di Carmine Romano, Roberto Cremascoli, Sylvain Bellenger

Vincenzo Gemito di Jean-Loup Champion

Il museo di Molajoli e de Felice nel 1957 di Rosa Romano

Le vaccinazioni alla Reggia di Benedetta de Falco

La Letizia di Canova di Alessia Zaccaria

Il Bosco Reale di Nunzia Petrecca

Come nasce la passione per l’arte di Marco Liberato

La Cassetta Farnese di Patrizia Piscitello

Da Frisio a Santa Lucia di Eduardo Dalbono di Paola Aveta

Ercole al Bivio di Annibale Carracci di Valentina Canone

Il Ritratto di Fra Luca Pacioli di Alessandra Rullo

 

Seguite gli aggiornamenti sul nostro blog e i nostri canali social

 

Back To Top