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L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta… il San Ludovico di Tolosa che incorona Roberto d’Angiò di Simone Martini

Per la rubrica L’italia chiamò – Capodimonte oggi racconta… Sarah K. Kozlowski, Direttore Associato dell’Istituto di Storia dell’Arte Edith O’Donnell dell’University of Texas at Dallas e Direttore del Centro per la Storia dell’Arte e dell’Architettura delle Città Portuali con sede nel Real Bosco di Capodimonte che vi abbiamo presentato ieri, ci parla di San Ludovico di Tolosa che incorona Roberto d’Angiò di Simone Martini, il più importante fra i dipinti trecenteschi su tavola provenienti dalla corte angioina di Napoli.

 

La Napoli trecentesca, città portuale nel cuore del Mediterraneo, si presentava come un dinamico centro artistico di scambi, incontri e trasformazioni.

 

I suoi regnanti angioini erano tra i grandi mecenati dell’Europa tardo-medievale.

 

La sua corte commissionava splendide opere di pittura, scultura, architettura, oreficeria e miniatura, e collezionava oggetti preziosi quali tessuti, libri e reliquie che giungevano da luoghi lontani come l’Asia centrale, il Nord Africa e la Terra Santa.

 

I mecenati reali commissionavano e collezionavano anche dipinti su tavola, molti dei quali circolavano ben oltre Napoli attraverso canali diplomatici, lasciti e donazioni.

 

Alcuni di questi dipinti avevano persino come tema questo grande network di oggetti e materiali in movimento attraverso il Mediterraneo e oltre.

 

Simone Martini, San Ludovico di Tolosa incorona Roberto d’Angiò, Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

Il San Ludovico di Tolosa che incorona Roberto d’Angiò di Simone Martini, entrato nella collezione del Museo e Real Bosco di Capodimonte nel 1957, è forse il più importante fra i dipinti trecenteschi su tavola provenienti dalla corte angioina di Napoli.

 

 

L’opera è documentata tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento nella chiesa francescana di San Lorenzo Maggiore, ma resta aperta la questione della sua collocazione originaria.

 

L’ipotesi alternativa più convincente è che fosse in una cappella adiacente al Duomo di Napoli dedicata a Ludovico, il principe angioino che aveva rinunciato al trono in favore del fratello Roberto e si era unito all’ordine francescano.

 

Ludovico era morto nel 1297, poco dopo essere diventato vescovo di Tolosa.

 

Fu canonizzato nel 1317 e nel 1319 gli Angioini trasferirono alcune delle sue reliquie da Marsiglia a Napoli.

 

È a questi anni che possiamo datare la produzione della tavola di Capodimonte.

 

Sebbene incompleto – i pilastrini, le cuspidi e una seconda tavola posta in alto sono andati perduti – il dipinto è di dimensioni monumentali e supera i tre metri di altezza.

 

La tavola, rivestita in foglia d’oro e in origine tempestata di gemme, evoca l’effetto abbagliante di un’opera in metallo prezioso.

 

La composizione presenta Ludovico seduto e in posa frontale, nella mano destra impugna un pastorale e nella mano sinistra una corona che sta porgendo sulla testa del fratello Roberto, inginocchiato a destra.

 

Simone Martini, San Ludovico di Tolosa incorona Roberto d’Angiò, particolare, Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

Nel registro superiore, due angeli in volo posano sulla mitra di Ludovico una corona gemmata simile all’altra.

 

Simone Martini, San Ludovico di Tolosa incorona Roberto d’Angiò, particolare, Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

Nel registro inferiore, la predella racconta scene della vita di Ludovico e annuncia la sua santità postuma.

 

Simone Martini, San Ludovico di Tolosa incorona Roberto d’Angiò, predella, Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

Il programma iconografico, in effetti, celebra l’incoronazione di Ludovico come santo in paradiso, legittima l’ascesa al trono di Roberto e pone la dinastia napoletana all’incrocio di due lignaggi sacri: gli Angioini francesi e gli Arpadi d’Ungheria, ora intrecciati insieme in una nuova dinastia di governanti del Regno di Napoli, Sicilia e Gerusalemme.

 

Tali rivendicazioni dinastiche e ambizioni territoriali sono, per così dire, schematizzate nel complesso programma araldico della tavola.

 

Esso comprende lo stemma del Regno di Gerusalemme sulla fibbia che tiene insieme i lembi del piviale di Ludovico, e l’ampia cornice blu brillante ornata di gigli d’oro, arricchita in alto di un listello cremisi a cinque strisce, a formare le diramazioni di questo ramo napoletano della dinastia capetingia francese.

 

Simone Martini, San Ludovico di Tolosa incorona Roberto d’Angiò, particolare della cornice, Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

Nei riquadri della predella, a sostegno del programma araldico e del dipinto nel suo insieme, troviamo sei scudi che mostrano gli stemmi della madre di Ludovico e Roberto, Maria d’Ungheria.

 

La posizione in evidenza di tali stemmi potrebbe indicare che Maria stessa abbia avuto un ruolo di primo piano nella commissione.

 

Accanto agli scudi della regina, troviamo anche la firma del pittore: SYMON DE SENIS ME PINXIT, ovvero “Simone da Siena mi dipinse“.

 

Simone Martini, San Ludovico di Tolosa incorona Roberto d’Angiò, particolare della predella, Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

L’opera di Capodimonte, uno dei grandi successi degli inizi della carriera di Simone, dimostra la padronanza tecnica della pittura a tempera su tavola da parte dell’artista, ma anche la sperimentazione di tecniche adattate da altri ambiti, tra i quali la scultura e la lavorazione del metallo.

 

La tavola, infatti, solleva molti interrogativi sui materiali e sui metodi di lavoro di Simone che trarrebbero beneficio da una nuova indagine conoscitiva.

 

L’ultimo restauro risale al 1959 e fu eseguito da Lionetto Tintori.

 

La sperimentazione di Simone Martini delle nuove tecniche di pittura su tavola fu in parte incoraggiata dalla sua interazione con la sfolgorante varietà di oggetti e materiali preziosi importati e collezionati in abbondanza alla corte di Napoli, e che l’artista riunisce nella sua pittura attraverso uno stupefacente potere di mimesi: un tappeto anatolico, un pastorale di fattura senese, del velluto di Persia e stoffe di seta tessute nell’Asia centrale mongola.

 

In questo modo, Simone colloca la sua tavola dipinta per Napoli nel più ampio contesto delle opere d’arte e dei materiali in circolazione in tutto il Mediterraneo trecentesco, e rivendica il potere della pittura sia nell’imitare oggetti preziosi coi propri mezzi, sia nel diventare essa stessa un’opera di abilità artistica e di splendore materico.

 

La traduzione del testo di Sarah K. Kozlowski è di Francesca Santamaria

 

 

 

Il testo di Sarah K. Kozlowski è inserito nell’iniziativa “L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta”

 

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